Diminuzione dei potenziali uditivi N1 nei pazienti misofonici [Parte II]

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Dopo aver riportato la prima parte di questo saggio di Arjan Schröder, Rosanne van Diepen, Ali Mazaheri, Diamantis Petropoulos-Petalas, Vicente Soto de Amesti, Nienke Vulink, e Damiaan Denys, proseguiamo con la seconda parte del loro studio sulla misofonia.

MATERIALI E METODI

Partecipanti

Venti pazienti con misofonia (maschi = 11, femmine = 9, di età compresa tra 20-55 anni, M = 35,9 anni, SD = 10,6 anni) sono stati sottoposti a screening con i criteri diagnostici per misofonia e la gravità è stata valutata con la Scala Misofonica di Amsterdam (A-MISO-S). Tutti i pazienti sono stati testati per i danni uditivi. Lo stato psichiatrico è stato valutato utilizzando le Symptom Checklist (SCL-90), Hamilton Depression Rating Scale (HAM-D) e Hamilton Anxiety Rating Scale (HAM-A).
Quattordici controlli sani (maschi, femmine = 11 = 3), abbinati per le caratteristiche demografiche, sono stati reclutati in assenza di sintomi misofonici o comorbidità psichiatrica, e testati. L’età era compresa tra i 23 ei 55 anni (M = 32,4 anni, SD = 9,0 anni).
I soggetti sono stati testati per misurare il deficit d’udito utilizzando test standard dell’udito (audiogramma di tono e discorso e livelli di intensità di disagio) e non sono stati trovati deficit. Complementarmente, entrambi i gruppi hanno compilato il Profile of Mood States (POMS) (Profilo degli Stati d’Animo)- in forma breve, che ha valutato il livello di eccitazione e l’umore in cinque sottoscale (tensione-ansia, depressione-avvilimento, rabbia-ostilità, fatica-inerzia, e forza-attività). La valutazione complessiva dello stato emotivo attuale e il punteggio sul disturbo dell’umore totale (TMD) sono stati calcolati sommando i primi quattro punteggi delle sottoscale negative e sottraendo il punteggio della forza-attività. Un punteggio più alto TMD denota uno stato affettivo più negativo. Tutti i partecipanti hanno firmato un consenso informato e hanno ricevuto una compensazione finanziaria per le spese di viaggio, ma non è stato offerto il risarcimento per la partecipazione allo studio. Lo studio è stato condotto in conformità con la Dichiarazione di Helsinki ed è stato approvato dal comitato locale di etica medica dell’Academic Medical Center di Amsterdam.

Paradigma uditivo

I partecipanti sono stati sottoposti ad una sequenza pseudo-casuale di 840 stimoli tonali somministrati attraverso delle cuffie Philips SHS3201 / 28. I toni standard (80%) hanno una frequenza di 1000 Hz. Un tono anomalo che era inferiore al tono standard (250 Hz) e un tono che era superiore alla norma (4000 Hz) sono stati aggiunti alla sequenza. Entrambi i toni anomali sono stati presentati nel 10% delle prove e non sono mai stati presentati successivamente.
Gli stimoli uditivi hanno avuto una durata di 200 ms (di cui 10 ms tempi di salita e di caduta da una finestra di Blackman), mentre l’intervallo inter-stimoli era di 650 ms. Durante la presentazione dei toni, i partecipanti hanno guardato un film muto neutro con i sottotitoli. Essi sono stati istruiti a ignorare i toni.

Acquisizione dati

Dati EEG sono stati acquisiti mediante un sistema di cattura WaveGuard 10-5 sviluppato da ANT, con elettrodi 64-Ag / AgCl, spaziando dai siti del cuoio capelluto frontali, temporali, centrale, e occipitale. L’EEG è stato campionato a 512 Hz con un riferimento medio on-line e successivamente importati su MATLAB per ogni ulteriore analisi off-line. L’elettrooculogramma (EOG) è stato registrato tra i siti sopra- e infra-orbitali in tutto l’occhio sinistro per il movimento verticale (chiusura palpebre) e sugli acanthi esterni alla sinistra e destra degli occhi per possibili movimenti laterali degli occhi.

Pre-elaborazione EEG

L’analisi dei dati è stata completata utilizzando l’EEGLAB1 e il software Fieldtrip packages2 insieme con gli script interni. I dati sono stati filtrati a 0.5 Hz utilizzando un filtro FIR non causale (“FIR1” in EEGLAB). Prove contenenti altri reperti (ad esempio, movimenti oculari, lampeggiamenti, potenziali muscolari) sono stati rimossi dal EEG utilizzando l’impostazione predefinita automatica di rifiuto di routine in EEGLAB. Analisi delle componenti indipendenti sono state utilizzate per rimuovere eventuali movimenti oculari non respinti dalla routine semiautomatica.

Analisi ERP

I dati degli stimoli uditivi ERP bloccati sono stati filtrati a 30 Hz con un due passaggi di filtraggio con il Butterworth IIR (opzione Fieldtrip default) e mediati con l’inizio di movimenti rapidi il cui inizio è a 200 ms prima gli stimoli e durevole fino a 450 ms dopo stimolo d’esordio. Gli ERP sono stati corretti come riferimento usando nel frattempo 150 ms prima dell’inizio dello stimolo.
L’ampiezza media di picco e il picco di latenza del P1, N1, e P2 sono stati calcolati per ogni soggetto e confrontati tra il gruppo di pazienti misofonici e quelli risultati sani ai controlli. L’intervallo di tempo per determinare l’ampiezza del picco medio e di latenza sono stati scelti in base alla media dei dati. La differenza nella risposta P1, N1, e P2 tra pazienti misofonici e i controlli è stata valutata separatamente per i toni standard e devianti. Ciò è dovuto alla supposizione che i processi differenti probabilmente avvengono dopo la presentazione di un tono frequente e poco frequente, che possono essere coinvolti in modo diverso nei pazienti. Inoltre, separando le analisi per toni standard e anomali si potrebbe anche aggirare il problema potenziale del confronto delle condizioni con una differenza di rapporto segnale-rumore, risultante dalla differenza della quantità di prove tra la condizione standard e anomala. Per i toni anomali, il picco di latenza del P1 è stato definito come la deflessione più positiva che si verifica tra 50 e 100 ms dopo l’insorgenza dello stimolo negli elettrodi Fz e FCz. La latenza del picco N1 è stata definita come la deflessione più negativa in Fz e FCz che si verifica tra 100 e 200 ms, e il P2 è stato definito come la deflessione più positiva in Cz e FCZ tra 200 e 300 ms.

Per i toni standard, sono state evocate risposte diverse in tempi diversi e, pertanto, sono state usate diverse finestre temporali l’N1 (120-160 ms) e P2 (160-220 ms). La selezione del canale è basata sulla massima ampiezza della media totale.
Le ampiezze medie per il P1, N1 e P2 / 3 sono state ottenute facendo la media dei valori all’interno dei canali suddetti negli intervalli predefiniti. Un t-test indipendente è stato effettuato per verificare una differenza tra le risposte indotte e quelle standard. Due tipi di misure ripetute nell’analisi della variazione (rANOVA) sono state utilizzate per verificare la differenza nella risposta dopo la presentazione dei toni anomali, con tono (anomalo basso, anomalo alto) sia all’interno del soggetto variabile e del gruppo (di controllo, paziente) che tra soggetti variabili. Le statistiche sono state eseguite utilizzando il SPSS, raggiungendo una soglia di p ≤ 0,05. Per motivi di chiarezza, sono stati riportati nella sezione “Risultati” solo gli effetti significativi.

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cisento

di Monia De Tommaso

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Diminuzione dei potenziali uditivi N1 nei pazienti misofonici [Parte I]

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Cari lettori, oggi vi proponiamo la prima parte di una pubblicazione scientifica del 2014 realizzata da Arjan Schröder, Rosanne van Diepen, Ali Mazaheri, Diamantis Petropoulos-Petalas, Vicente Soto de Amesti, Nienke Vulink, e Damiaan Denys. Il seguente articolo è intitolato: Diminuzione dei potenziali uditivi N1 provocati alla misurazione degli stimoli nei pazienti misofonici. Il sito in cui abbiamo trovato questa pubblicazione, tradotta appositamente per voi, è quello della National Library of Medicine del National Institutes of Health. Alla fine dell’articolo troverete il link della pagina dove potrete trovare la versione originale (in lingua inglese) dell’articolo. Buona lettura.

RIASSUNTO

La misofonia (odio del suono) è una nuova condizione psichiatrica definita in cui i suoni della gente comune, come la respirazione e il mangiare, innescano l’aggressione impulsiva. In questo studio, abbiamo esaminato se nella misofonia potrebbe essere presente, nei primi mesi, una disfunzione del sistema di elaborazione uditiva del cervello. Sono stati esaminati 20 pazienti misofonici con i criteri diagnostici per la misofonia, e 14 controlli salutari senza la misofonia, e si sono studiati eventuali deficit nell’elaborazione uditiva dei pazienti misofonici usando gli Potenziali Eventi Correlati uditivi (ERP) durante un compito di misurazione. I soggetti hanno visto un film muto mentre venivano attivati una frequenza regolare di suoni (bip) in cui i segnali uditivi di 250 e 4000 Hz sono stati inseriti in modo casuale in un flusso di ripetuti toni standard di 1000Hz. Abbiamo esaminato i componenti P1, N1, e P2, bloccati alla comparsa dei toni. Per i pazienti misofonici, il picco N1 evocato dai toni, aveva minore ampiezza del picco rispetto al gruppo di controllo. Tuttavia, non sono state trovate differenze significative nei componenti P1 e P2 evocati dai toni inseriti durante il film. Non ci sono state differenze significative tra i pazienti misofonici e i loro controlli, in nessuno dei componenti ERP ai toni standard. Il componente N1 diminuito ai toni stravaganti nei pazienti misofonici suggerisce un deficit neurobiologico di fondo nei pazienti con misofonia. Questa riduzione potrebbe riflettere una perdita di base nel processo uditivo nei pazienti con misofonia.

INTRODUZIONE

La misofonia è una condizione psichiatrica di nuova definizione, che si caratterizza per l’odio nei confronti di suoni umani ordinari. La caratteristica centrale della misofonia è un impulso aggressivo attivato automaticamente da suoni come quelli generati dalla respirazione, masticazione, e la deglutizione in generale. Fino ad oggi, non c’è stato alcun marcatore neurofisiologico collegato con questo disturbo. Tale indicatore potrebbe potenzialmente beneficiare il riconoscimento dei pazienti misofonici e dare indicazioni per ulteriori ricerche neurofisiologiche in questo campo.
Le cause alla base della misofonia sono sconosciute. I pazienti di solito riportano un udito normale e nel test dell’udito standard non rivelano alcun deficit audiologico. Pertanto, il nostro obiettivo è stato di esplorare se la fisiopatologia di questa malattia si manifestasse in qualche disfunzione del sistema di elaborazione uditivo. Questo è stato realizzato esaminando le differenze nei componenti specifici degli Potenziali Eventi Correlati uditivi (ERP) tra i pazienti con misofonia e verifiche varie, indotte da toni puri in un paradigma del disturbo.
Componenti sensoriali precoci evocati dalla stimolazione uditiva, dispongono di un picco positivo di circa 50 ms (P50 o P1), un picco negativo di circa 100 ms (N100 o N1), e un picco positivo di circa 200 ms (P200 o P2). Ad oggi, ci sono stati una serie di studi che hanno esaminato anomalie in questi componenti in vari disturbi psichiatrici come la schizofrenia, il disturbo bipolare, e il disturbo  post-traumatico da stress (PTSD).

Il P1 è associato all’orientamento pre-attenzione verso nuovi suoni e non è ancora influenzato dall’attenzione. Il gating sensoriale (ovvero quei processi per la soppressione della risposta agli stimoli irrilevanti) può essere valutata esaminando la soppressione di P1 durante la presentazione di uno stimolo uditivo ripetitivo. La sua ampiezza si trova ad essere alterata in vari disturbi come l’autismo, l’Alzheimer, e il disordine da deficit di attenzione / iperattività.
Il picco N1 è legato ai momenti che precedono quelli legati all’attenzione. È stato suggerito di segnalare il rilevamento di bruschi cambiamenti di input sensoriali, che ci consente di concentrarci su eventi che sono potenzialmente informativi. L’N1 è comunemente valutato in un paradigma detto “stravagante”. In tale paradigma, ai partecipanti vengono presentati suoni ripetitivi (“standard”), con suoni devianti rari (“stravaganti”) che si verificano in modo casuale, spesso durante la visione di un film muto. Attenuate risposte N1 sono state riscontrate in vari studi della schizofrenia, una malattia in cui sono presenti sintomi notevoli audiologici, vale a dire, allucinazioni acustiche e deliri. In questi studi, i picchi N1 sono stati ridotti negli schizofrenici cronici (per prima i pazienti ricoverati in ospedale), e nei gemelli di schizofrenici. Risultati N1 in PTSD sono incompatibili con alcuni studi che riportano un aumento di ampiezza di N1 e con altri che riportano una riduzione dell’ampiezza. Sono stati riscontrati anche incrementi di latenza del picco, ma non in tutti gli studi. È interessante notare che, nel disturbo antisociale della personalità, un N1 alterato era legato ad una maggiore impulsività. Una diminuzione della funzione N1 è stata riscontrata anche in soggetti che facevano abuso di cocaina e in quelli con disturbo bipolare.

Il picco P2 è una componente endogena evocata e sembra essere coinvolto nell’assegnazione di attenzione e di consapevolezza cosciente iniziale. Tuttavia la ricerca si è focalizzata poco sul picco P2. Un ridotto P2 è stato riscontrato nei pazienti schizofrenici cronici ricoverati. Negli studi PTSD, i risultati sono ambigui perché sono state segnalate aumento e diminuzione delle ampiezze P2.
Nel nostro presente studio, abbiamo valutato il trattamento precoce di informazioni sonore utilizzando un paradigma di suoni non stravaganti. Abbiamo focalizzato la nostra analisi su eventuali differenze tra P1, N1, e componenti P2 dei potenziali evocati tra i pazienti con diagnosi di misofonia, e abbiamo abbinato controlli sani. Mentre la componente esogena P1 generata potrebbe fornire informazioni sulle reazioni sensoriali, una differenza di P2 porta l’attenzione più verso un relativo malfunzionamento. Poiché il N1 è considerato il componente più stabile ERP, questo potrebbe essere un marcatore affidabile della patologia. Noi crediamo che la differenza tra le risposte uditive evocate dei pazienti con misofonia e dei controlli potrebbe riflettere un’anomalia nel modo in cui questi pazienti filtrano informazioni nell’ambiente uditivo.

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NCBI

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ZELGER,

di Monia De Tommaso

“Ho cercato aiuto, ma ho dovuto interrompere molte terapie… “

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Cari lettori, non scoraggiatevi ma lottiamo per trovare una soluzione!
Chiunque voglia raccontare la propria esperienza (anche in anonimato) può contattarci. La vostra testimonianza è importante!

“Mi ricordo quando tutto è cominciato. Avevo 10 anni. Dopo essere rimasta a casa per anni per crescere me e i miei due fratelli, mia madre ha cominciato a lavorare di notte. A cena, senza mia madre, volevo scagliarmi contro mio fratello e mio padre per il modo in cui mangiavano. Volevo quindi prendere il mio cibo, andare giù in cantina e mangiare da sola, con la TV al massimo. Quando, dopo un anno, mia madre smise di fare la notte, mi ha costretto a mangiare con la famiglia. Ora, non sto suggerendo che la mia misofonia sia stata innescata dal lavoro di mia madre. Questo è solo quando è iniziata la discesa verso il problema.
Non riuscivo a gestire gli orari dei pasti della famiglia e raramente mangiavo al tavolo, cosa sulla quale i miei hanno sempre avuto da ridire. Ho iniziato a tapparmi le orecchie per proteggermi dai rumori che mio fratello e papà facevano quando si mangiava, ma non quando finivano, per paura dei loro giudizi. Naturalmente, ciò spingeva mio padre a dirmi di tirare le dita fuori delle mie orecchie. Mio fratello mi prendeva in giro all’infinito e per provocarmi masticava peggio.

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Per farli smettere di mangiare come “maiali” lanciavo loro quello che mio padre chiamò “sguardi di morte”, ma questo alimentava solo la loro rabbia. Loro non stavano facendo niente di male; stavano masticando nel modo migliore in cui chiunque potrebbe masticare.
Alla fine, finivo con l’andare in bagno, dove potevo essere schermata dal rumore di un ventilatore. Mi facevo un bel pianto, tiravo lo sciacquone, mi lavavo le mani, e tornavo al piano di sotto. Il tempo che trascorrevo lì dipendeva dalla situazione: cinque minuti quando ero in gruppo e 10-15 minuti per i pasti con la mia famiglia. Tuttavia, a volte ero così sconvolta con la mia famiglia che mi bloccavo fino all’ora in cui si concludeva la cena e cessava il tintinnio dei piatti che qualcuno metteva via (sembrava che qualcuno fosse SEMPRE a mettere via i piatti). I pasti con la famigia sono stati un inferno. Potrebbe essere iniziato tutto con la masticazione di mio fratello e di mio padre, ma, nel corso degli anni, hanno cominciato ad irritarmi sempre più rumori, fino a raggiungere picchi di follia:

  • il suono che mio fratello produceva quando faceva tintinnare il cucchiaio sulla ciotola mentre ogni mattina mangiava cereali. Questo suono ora mi dà fastidio, non importa chi lo faccia;
  • tacchi alti di mia madre che ogni mattina facevano “clic clac” sul pavimento della cucina prima che andasse a lavorare – ora questo suono mi preoccupa ovunque io sia;
  • persone che masticano chewingum (il mio fattore scatenante numero uno);
  • persone che giocano con le monete nelle loro tasche;
  • ferri che tintinnano insieme;
  • rubinetti di acqua gocciolanti;
  • ticchettio di orologi;
  • digitazione su tastiere di computer;
  • il suono di uno studente che scrive su un singolo foglio di carta, e
  • anche le persone che semplicemente respirano.

Psicoterapia-cognitiva-comportamentale

L’unico modo per far fronte a questi rumori in pubblico era quello di andarmene. Ma cosa succedeva se non potevo? Avevo un crollo interiore che si manifestava attraverso disturbi misteriosi che i medici non avrebbero mai potuto capire. Ad esempio, potevo avere i sintomi dei calcoli renali, ma i medici non sono riusciti a trovare niente, e il dolore poi è passato. Da quando ho scoperto la misofonia, mi sono resa conto che l’ansia generata dai rumori è stato il motivo dei miei problemi medici del passato.
Ho perso la maggior parte dei miei ultimi due anni di scuola elementare a causa di sintomi simili a quelli della sindrome dell’intestino irritabile. Al liceo, sono stata coinvolta in due incidenti stradali e sono stata vittima di tre rapine a mano armata. Ho perso la maggior parte degli ultimi due anni lì, a causa di un dolore fisico cronico. Dopo il primo incidente d’auto, non ho mai provato un giorno senza dolore. Sono diventata estremamente depressa e stanca per tutto il tempo. A 16 anni, il mio medico di famiglia mi ha diagnosticato la fibromialgia (una sindrome caratterizzata da un ciclo di dolore cronico, stanchezza e depressione). Non era “tutto nella mia testa”, come alcuni medici mi avevano detto. Era una vera condizione. Per 12 anni sono stata una sostenitrice della lotta contro la fibromialgia. Sono stata intervistata in televisione, ho scritto articoli, fatto discorsi, e lavorato per la Arthritis Society. Ma la diagnosi non mi ha mai fatto sentire meglio. Suonava così generica. Mi sembrava che questo fosse il termine che i medici usavano con i pazienti quando non sapevano di cosa esattamente soffrisse la persona. Sembrava che la metà delle persone che conoscevo non avesse avuto nè la fibromialgia nè erano legati a qualcuno che che l’avesse. Trattare con medici e specialisti serviva solo a rendere tutto più frustrante. Potevo aspettare ore in una stanza stracolma di persone per vedere un professionista per pochi minuti, ed uscirne con la sensazione di essere più sola e confusa di prima. I medici mi hanno dato antidepressivi e ne alzavo la dose fino a quando non mi sentivo stordita per tutto il tempo. Non riuscivo nemmeno a trovare più le mie emozioni: erano scomparse. Due anni fa, mi è stato anche diagnosticato un disturbo ossessivo-compulsivo da uno psicologo che mi ha visto per cinque minuti. Non capivo come potevo avere questo disturbo quando mi mancavano le compulsioni. Ora so che anche questa era una diagnosi errata. Oltre ad etichettarmi, coloro che lavorano nel sistema sanitario del Canada non mi aiutavano nè mi indicavano la giusta direzione.

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Alla fine ho scoperto la misofonia (4S) su internet e sono sicura che la maggior parte del mio dolore, stanchezza, depressione e ansia derivi da questa sindrome. Tuttavia, so che questa non è la risposta ai miei problemi con i rumori. Sembra che più invecchio e più alcuni rumori mi preoccupano. Spero che si possa lavorare insieme per scoprire come gestire – se non curare – questa sindrome di isolamento. Ho provato quasi tutto per alleviare il dolore cronico che pensavo dipendesse dalla fibromialgia: ipnosi, agopuntura, pilates, yoga, meditazione, esercizio fisico, massaggi, riflessologia, terapia cognitivo-comportamentale, e trattamenti chiropratici, ma ho interrotto molti di questi a causa del respiro o la gomma da masticare di qualcuno, il ticchettio dell’orologio, o qualche altro disturbo sonoro.

Pagare per tutti questi trattamenti non è stato facile. È stato difficile vedere tutti i miei guadagni andarsene per cercare di risolvere i miei problemi quando la maggior parte delle persone della mia età possono spendere o risparmiare i loro soldi su quello che realmente vogliono. Non fraintendetemi: volevo, e ancora voglio, stare meglio. È solo che niente di quello che provavo sembrava funzionare. Mi sentivo come se stessi buttando via i miei soldi.
Sono cresciuta con una famiglia e tanti amici che mi amano, ma ho preferito fare le cose da sola. Ora so che è grazie a questo che ho potuto proteggermi dai rumori indesiderati. La gente ha confuso la mia indipendenza con la fiducia in me stessa, quando in realtà questo era l’unico modo in cui ho potuto funzionare. Ho messo fine a delle amicizie sulla base dei rumori come quella della gomma da masticare, mentre i miei amici più cari sono persone che non amano masticare. I rumori erano la mia nemesi e li ho affrontati attraverso la rabbia. Oggi, sfrutto l’umorismo come mia arma. Cerco di controllare i miei pensieri, ma è davvero difficile. Mi rifiuto di rinunciare e cedere, anche se mi sento molto, molto stanca tutto il tempo. La più semplice decisione o attività per me sembra spesso insormontabile.

Dal momento che solo recentemente ho riscontrato la misofonia, trovo che i miei pensieri e le emozioni siano confusi. Guardando indietro nella mia vita, sento un sacco di sensi di colpa e di vergogna per il modo in cui ho affrontato le mie relazioni e le situazioni.
Continuo ad essere a pezzi per come ho gestito la mia rabbia e la frustrazione con i vari rumori. Sto prendendo in considerazione se io e mio marito dovremmo creare una famiglia ma sono terrorizzata da come questa sindrome potrebbe influenzare la vita dei miei futuri figli. Tuttavia, so che ho bisogno di fare un passo alla volta. Come disse una volta Carl Bard:

“Anche se nessuno può tornare indietro e fare un nuovo inizio, chiunque può iniziare da subito e fare un nuovo inizio.”

Per tutti noi con la misofonia, il primo passo è sapere che non siamo soli, che non siamo pazzi, e che, insieme, possiamo vincere.”

Se vi interessa leggere anche altre testimonianze allora cliccate qui.

FONTE DELLE INFORMAZIONI:
MisophoniaUK

di Monia De Tommaso

L’A.I.R.S. e il suo approccio all’ipersensibilità uditiva

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Oggi riportiamo alcune parti di un articolo redatto, a cura di G. Cianfrone e S.Passi, sul sito dell’A.I.R.S. (Associazione Italiana per la Ricerca sulla Sordità) in collaborazione con l’Università la Sapienza di Roma. Per quanto si possa essere (a cominciare da noi stessi che pubblichiamo questi articoli) d’accordo o meno con alcune informazioni riportate, come sempre non ci sentiamo di escludere alcuna informazione sull’argomento “sensibilità uditiva”. Buona lettura.

I suoni continui e forti risultano fastidiosi per molte persone. Però esistono senz’altro persone con un udito più sensibile rispetto ad altri e alle quali risulta decisamente molto fastidioso ascoltare livelli sonori anche ritenuti normali per tutti gli altri.
Se non è presente perdita uditiva si parla di Iperacusia (termine con il quale nel sito si intende una ridotta capacità della persona di tollerare i suoni esterni ovvero la percezione esagerata ed esasperata del fastidio prodotto da suoni che la popolazione normale percepisce come ben tollerati. Si può giungere fino alla sensazione del dolore) e qui dobbiamo prendere in considerazione non tanto l’orecchio come organo periferico quanto più tutto quello che succede dal nervo acustico in poi, fino al cervello.
Il cervello gioca un ruolo essenziale nel tipo di sensibilità che abbiamo nei confronti dei suoni. Una volta arrivati all’orecchio interno i suoni elaborati dalle cellule ciliate, 10.000 fibre del nervo acustico portano l’informazione sonora fino alla corteccia uditiva del cervello (lobo temporale). Qui abbiamo la consapevolezza del suono. Il primo compito del sistema uditivo centrale è quello di estrarre tra i tanti messaggi che arrivano dall’esterno, quelli importanti rispetto al rumore di sottofondo. Spesso suoni anche lievi sono ricchi di significato e quindi balzano alla nostra consapevolezza perché vengono amplificati da una parte del sistema nervoso centrale chiamata sistema limbico (centro dell’apprendimento e delle emozioni) e corteccia prefrontale (coinvolta con il comportamento) che serve proprio a cogliere e amplificare suoni non necessariamente forti ma che potenzialmente indicano una situazione di pericolo. Nella maggior parte dei casi l’associazione automatica che viene fatta con certi suoni ha caratteristiche di pericolo: questo suono mi danneggerà l’orecchio? Ridurrà la qualità della mia vita diminuendo i periodi di tranquillità? Interferiranno con la mia concentrazione? Molto spesso l’ipersensibilità nei confronti dei suoni inizia con una paura irrazionale e poi si struttura nel tempo.
Siccome il sistema uditivo centrale è molto potente è in grado di percepire suoni anche molto deboli, se allenato e quindi un suono associato ad un pericolo, anche se molto debole, può essere inizialmente percepito solo nell’assoluto silenzio, ma un allenamento, anche se chiaramente negativo, può farlo percepire poi in tutte le situazioni, anche non necessariamente silenziose.

Anche variazioni nell’umore o nel livello di ansia possono inoltre aumentare il livello di sensibilità e far captare ancora di più segnali esterni o interni percepiti come potenzialmente pericolosi. Questa situazione può estendersi anche agli altri sensi creando ipersensibilità dell’olfatto, della vista, del gusto o del tatto aumentando la percezione del dolore.

Cari lettori misofonici, vi ritrovate?

L’iperacusia, specie nelle donne, può essere associata a disturbi ormonali, oppure può essere favorita da disfunzioni dell’articolazione temporo-mandibolare, o da irritazioni del nervo trigemino ed in tal caso associarsi ad emicranie; può infine essere favorita dalla tensione tonica del muscolo tensore del timpano (TTTS), nel qual caso può accompagnarsi a senso di “blocco” auricolare. Vi sono evidenze scientifiche che dimostrerebbero in alcuni casi l’azione favorente sull’iperacusia esercitata da una carenza del neurotrasmettitore Serotonina, conosciuto per avere un’azione inibitrice di “calmiere” sulle percezioni sensoriali. L’iperacusia è presente nell’autismo infantile ed in alcune sindromi rare come la s. di Williams.
Quindi la ipersensibilità uditiva può essere presente in udito normale (iperacusia) associarsi a deficit uditivo (recruitment e iperacusia insieme), assumere caratteri fobici con reazioni comportamentali esasperate (fonofobia) o con sola sensazione di fastidio (misofonia).

Qui non siamo d’accordo con il definire la misofonia una semplice “sensazione di fastidio”; forse chi ha scritto l’articolo ha fatto riferimento ad una forma iniziale di misofonia.

Gli esami migliori oltre all’audiometria tonale (sopraliminare) classica sono l’impedenzometria con il test dei riflessi stapediali che evidenzia la presenza di recruitment ed inoltre il test della Loudness Disconfort Level (LDL) che evidenzia la presenza o meno di iperacusia. Chiaramente gli esami vanno eseguiti con estrema attenzione e delicatezza in quanto il soggetto sofferente di una qualsiasi forma di diminuzione della capacità di tollerare i suoni si sente in pericolo durante gli esami e dobbiamo cercare di non contribuire all’aumento della loro sensibilità. Inoltre è decisamente importante non procedere all’impedenzometria che richiede l’uso di livelli di intensità del suono decisamente sovraliminari se prima non si è effettuato l’esame LDL. Se la sensibilità del soggetto è alta conviene rimandare l’esame dei riflessi stapediali dopo un periodo di riabilitazione uditiva.

Per la cura dell’iperacusia le metodiche di esposizione progressiva ai suoni che si rifanno alla terapia madre della “sound habituation therapy” o “terapia del suono” come la TRT ben nota per il trattamento degli acufeni, sicuramente offrono un approccio efficace nel trattamento di questo fastidioso disturbo, sia che siano presenti acufeni sia che non lo siano. In presenza di una perdita uditiva è necessario l’uso delle protesi, ma queste vanno regolate con estrema attenzione da parte dell’audioprotesista con un controllo dell’uscita massima estremamente ridotto nel periodo iniziale e poi gradualmente aumentato e portato al livello necessario al tipo di perdita nel tempo, anche in tempi molto lunghi. Necessario è “svezzare” l’orecchio ai suoni ma con estrema gradualità come si fa nel caso dello svezzamento del bambino ai cibi o nella desensibilizzazione delle allergie. In caso di normoacusia è necessario l’uso di “generatori di suono” che erogano un rumore di sottofondo inizialmente al livello di minima percezione almeno 6-8 ore al giorno, volume che andrà gradualmente aumentato man mano che il sistema uditivo del soggetto si desensibilizza.

Fondamentale oltre alla “terapia del suono” sopra descritta è il counselling educativo che consente alla persona di venire a conoscenza del reale funzionamento dell’organo dell’udito, di come funziona, di quali sono i suoni veramente dannosi. Affiancare a tutto ciò tecniche di rilassamento per la gestione della propria capacità di affrontare lo stress è vivamente consigliato. Un trattamento consigliato in molti casi, tendente ad arricchire l’offerta terapeutica dell’iperacusia è la Terapia Cognitiva-Comportamentale (TCC): questa, condotta da un counsellor esperto, è finalizzata a rimuovere le cognizioni ed i comportamenti non funzionali mediante prese di coscenza ed ampliamento delle conoscenze ed aiuto a sviluppare capacità di affrontamento (coping) di certe situazioni. Ma è fondamentale in tutti i casi una valutazione clinica dello stato psicologico del paziente essendo molte e complesse, come abbiamo visto, le interazioni fra le condizioni psicologiche e l’ipersensibilità uditiva.

Terapie farmacologiche rivolte alla rimodulazione dell Serotonina sono in fase di studio.

FONTE DELLE INFORMAZIONI:
A.I.R.S.onlus

FONTE DELL’IMMAGINE:
LINEARApprecchiAcustici

 

di Monia De Tommaso

 

I suoni intollerabili e lo stress

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Dopo aver visto (nella relazione del dott. Mario Mattia) la correlazione tra i suoni intollerabili e le reazioni fisiologiche, passiamo ora a quella tra suoni e stress. Secondo la Health and Safety Commission  britannica (HSC, 1999), lo “stress è la reazione che le persone manifestano in risposta a eccessive pressioni o a sollecitazioni di altro tipo alle quali sono sottoposte”.
Il dott. Mattia scrive:
 A volte siamo sottoposti a stimoli stressori (ovvero fonti di stress) indipendenti dalla nostra  volontà (es. radiazioni naturali, cavi ad alta tensione, infezioni virali, batteriche etc.) a volte, invece, ci sottoponiamo volontariamente a stimoli stressori esogeni derivanti dalle nostre abitudini (fumo, caffè, tè, droga, assunzione di farmaci in eccesso etc.) ed a stressori endogeni (stress mentale). Qual’è il motivo? Ciascuno di noi nell’arco della propria esistenza, tende a soddisfare dei bisogni.
Vediamo in questo schema in che ordine:
misofonia-suoni-intollerabili-e-stress
Cosa notiamo in questa piramide gerarchica? Possiamo osservare come tra le prime necessità umane (e che quindi sono anche le prime fonti di stress qualora venissero a mancare) vengano collocate quelle legate all’autorealizzazione, seguite da quelle della stima e quelle sociali. Vorremmo far notare come molti misofonici riconoscano (oppure avviene inconsciamente) il suono scatenante, sia prodotto perchè vi sia mancanza di rispetto per l’ambiente circostante e come a seguito del disturbo non vengono o non si sento accettati, amati e compresi e quindi appartenenti ad un gruppo. Sbagliamo o questi fattori in neretto rientrano tutti nelle principali necessità umane?
E quali effetti genera lo stress? Vediamo questa immagine:
misofonia-stress-e-suoni-intollerabili
Sbagliamo o tra molti sintomi misofonici ci sono quelli rappresentati in quest’immagine? Questo è uno dei motivi per cui noi riteniamo che lo stress giochi un ruolo importante nella misofonia e che tra i trattamenti possibili non debba essere sottovalutato un accostamento di yoga, training autogeno oppure di Rilassamento Muscolare Progressivo. Il dott. Mattia dunque prosegue con un chiaro invito ad allontanare lo stress che risulta uno dei fattori importanti per la comparsa di “intolleranze”.
Questa tendenza (bisogno) di ciascuno di noi all’autorealizzazione ci spinge, con una corsa  sfrenata, verso la meta sacrificando molto spesso tutto (affetti familiari, il proprio benessere  psicofisico, amicizie, valori umani). In realtà molti di noi non riescono a raggiungere questo  traguardo proprio perché perdono l’equilibrio ed il conseguente benessere psicofisico. Inoltre non essendo più protagonisti della propria vita, molti subiscono l’ambiente che prevale sull’individuo spezzando l’equilibrio  armonico tra individuo – ambiente e di conseguenza perdono la salute.  Infatti, inizialmente diminuiscono le difese immunitarie organiche e successivamente si sviluppano malattie fisiche e/o psichiche.
Nel cervello avviene un complesso processo di elaborazione neurosensoriale a livello della zona “limbica” con la nascita delle sensazioni che si affiancano alla percezione dell’ambiente esterno. Tutti gli organi di senso, la vista, l’udito, l’equilibrio, il tatto, il gusto, la sensibilità vibratoria,  motoria, termica,ecc., trasmettono le loro informazioni che passano attraverso varie “stazioni” di elaborazione. Tali impulsi elettrochimici transitano nel sistema limbico prima di giungere alle zone corticali del cervello o ai sistemi fisiologici di destinazione finale. Il sistema limbico ha  un’importanza enorme nella fisiologia e nei meccanismi motivazionali e comportamentali degli esseri viventi. La zona limbica è la sede dei processi delle “sensazioni”, dei “pensieri”, della gestione delle “memorie”, del controllo dell’attività cerebrale e di tutti i principali ritmi di omeostasi dinamica fisiologici. Controlla lo stress!!
Concludendo il prof. Mattia cita i meccanismi fisiologici della percezione:
  • I suoni e le luci ritmate hanno un’interazione con l’uomo superiore a quanto oggi previsto.
  • La musica, se gradita, provoca effetti positivi e terapeutici (musicoterapica).
  • Un suono ritmato, se non gradito, provoca effetti negativi (si sono documentati casi di epilessia) e distress (ovvero stress negativo).
  • Un suono non gradito, anche se molto debole (goccia d’acqua, porta che cigola, suoni dal vicino, attività disturbante, iperacusia, acufene, ecc.) provoca una reazione d’allarme alla quale segue, col tempo, uno stato di stress che genera gravi disturbi fisio-patologici.
  • Per le capacità di analisi spettrali del nostro apparato uditivo, non solo un incremento del livello globale può non essere tollerabile, ma, spesso, la causa di disturbo è una variazione tonale del  rumore immesso.
  • Lo STRESS generato nella propria abitazione può avere effetti amplificati ed estremamente patologici sui soggetti esposti, già stressati dall’attività e dalle esposizioni lavorative ed esterne (proprio per un senso di maggiore violazione, per il concetto sopra citato del senso di violazione del privato).

 

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ATOcoaching

I suoni intollerabili e le reazioni fisiologiche

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Proseguendo le nostre ricerche per la rete, abbiamo trovato un articolo del dott. Mario Mattia sulle percezioni uditive di suoni considerati intollerabili e le reazioni fisiologiche. Alcune parti hanno attirato maggiormente la nostra attenzione. Buona lettura.

L’elaborazione principale del suono si sviluppa nel centro del cervello, in una zona detta “limbo”, dove avviene l’analisi e la selezione ed il filtraggio delle informazioni. Questa funzione risulta legata alle memorie: tutti i sensi trasmettono informazioni provenienti dall’ambiente che ci circonda; alle numerose percezioni che accumuliamo durante la vita (l’udito entra in funzione alcuni mesi prima del concepimento) associamo sia caratteri informativi che emotivi. Una informazione od un evento nuovo, veloce o di alto livello, scatena immediatamente (prima ancora di raggiungere il livello corticale della percezione cosciente) una reazione neurovegetativa idonea alla difesa, prevenzione e tutela della propria salute. In pratica il “sistema limbico” che regola i ritmi fisiologici (“omeostasi dinamica”) e la produzione degli ormoni, in caso di “allarme” introduce nel sistema  cardiovascolare adrenalina con brusco aumento dei battiti del cuore e della respirazione.

Il sistema uditivo è in stretta correlazione con le aree del nostro cervello che controllano gli aspetti emotivi della nostra vita di relazione (sistema limbico) e con quelle che determinano le risposte automatiche del nostro organismo di fronte al pericolo, ovvero la cosiddetta “reazione d’allarme” (sistema autonomo o neurovegetativo).

Sappiamo che un rumore può avere effetti extra uditivi agendo e modificando i bioritmi (ovvero aree cerebrali preposte alla coordinazione ed al controllo della cadenza ritmica delle funzioni biologiche):

  • Interferenza con le fasi del sonno: in particolare con la fase REM (sonno desincronizzato)
A questo seguono effetti fisiologici complessi:
  • OLTRE AL DISTURBO o “ANNOYANCE”, SI RISCONTRANO INTERAZIONI CON:
  1. SISTEMA ENDOCRINO
  2. SISTEMA NERVOSO CENTRALE
  3. PSICHE E COMPORTAMENTO
  4. APPARATO CARDIOVASCOLARE
  5. APPARATO GASTROINTESTINALE
  6. APPARATO RESPIRATORIO
  7. APPARATO RIPRODUTTIVO
Memoria auditiva: Già nel grembo materno l’orecchio trasmette vibrazioni e suoni al sistema  limbico ed al cervello. Viene creato un archivio o “banca dati” di immagine sonore (come quelle visive, olfattive e tattili). Vengono “registrati” i segnali che stimolano sensazioni negative o di pericolo.

Effetti sul sonno: Durante le fasi del sonno l’apparato uditivo è sempre attivo (sopravvivenza, difesa). I suoni percepiti vengono:

  • Confrontati ai suoni archiviati nella “banca dati”: caratteristiche fisiche, ritmo, ecc;
  • Analizzati nel tempo: > di 20 dB di variazione in < di 1 s = reazione di difesa.
Elaborazione limbica: Si ritiene che alcune strutture nervose afferenti alla zona centrale del sistema limbico portino alla prima analisi e decodifica dei suoni con la separazione del
contenuto semantico ed informativo (all’emisfero SN dominante per un soggetto destrorso) dalle “sensazioni” (all’emisfero DX) sulla base del ritmo o del contenuto armonico. In quest’area si sviluppano le memorie.
Nuove “immagini sonore” vengono acquisite nella memoria a lungo termine e possono provocare reazioni di difesa (sveglia, scarica di adrenalina, ecc.) fino all’assuefazione (se il segnale viene classificato NON pericoloso).
Qualsiasi suono con un livello di pressione superiore a 45-50 dBA (limite raccomandato dall’OMS Organizzazione Mondiale della Sanità) od un “gradiente” maggiore di 20 dB (cioè un rapido incremento del rumore), anche se non portano al risveglio, influiscono sulla qualità del sonno.
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Un segnale sonoro “nuovo”, o associato con una esperienza negativa, viene considerato dal nostro sistema nervoso come “significativo” ed evoca una risposta “emotiva” (intesa in termini neurofisiologici e non psicologici) che predispone alla reazione d’allarme mediata dal sistema neurovegetativo.
Il concetto fondamentale che emerge dal modello neurofisiologico è che l’intero meccanismo che è alla base del fastidio acustico avviene non a livello dell’apparato uditivo,ma in aree non-uditive del sistema nervoso centrale e più in particolare in quella parte del cervello nota come sistema limbico, (implicato nei processi emotivi), e nel sistema nervoso autonomo o “neurovegetativo”, deputato al controllo di tutte le funzioni corporee (ad es.: la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, la respirazione, la digestione ecc.) ed al meccanismo neurologico della cosiddetta “reazione d’allarme”.
Qualsiasi segnale “nuovo” per il sistema nervoso stesso viene privilegiato ed amplificato (in senso bioelettrico) dai centri sottocorticali fino a giungere a livello della corteccia cerebrale dove tale segnale bioelettrico viene interpretato come “suono” e quindi valutato e confrontato con le precedenti esperienze sensoriali immagazzinate nel nostro cervello grazie alla “plasticità” neuronale. In alcune situazioni, legate alla particolare labilità ansioso-emotiva (sistema limbico) del soggetto, o alla coincidenza temporale con uno specifico evento negativo, o quando alla base della  disfunzione bioelettrica vi è un danno a livello cocleare può scatenarsi un grave stato di stress con danni extrauditivi.
Il professore aggiunge poi un paio di  concetti che potrebbero essere diversi spunti di riflessione.
Se analizziamo il “rumore” scopriamo che, a parità di dB(A) (ovvero livello sonoro immesso globale), lo spettro del livello sonoro immesso è diverso da quello di fondo: è questa differenza che viene percepita come immissione disturbate non tollerabile.
Questa potrebbe essere la ragione per cui molti misofonici o iperacusici riescono a tollerare rumori di fondo generici (pioggia, aspirapolvere, ecc.) e non quelli immessi nell’ambiente.
A specificare:
La casa, la propria abitazione, il proprio territorio, fa parte dell’ambiente privato e riservato dell’individuo: qualunque ingerenza non voluta e percepita in tale spazio viene normalmente considerato “non tollerabile” e provoca una reazione di “disturbo”.
L’intolleranza ad un suono secondo lui è dovuta alla percezione della presenza del fenomeno/suono immesso (proveniente dall’esterno) nella proprietà individuale, intesa come ambiente o territorio inviolabile. Questo potrebbe spiegare perchè diversi studiosi hanno riscontrato che molti misofonici sono persone con un elevato senso del controllo, persone sensibili o persone che si sono sentite disturbate, invase, minacciate da un suono che in età infantile hanno associato a qualcosa di negativo (ovviamente in questo caso stiamo valutando solo una fetta dei misofonici).

FONTE DELLE INFORMAZIONI:
Relazione Prof. MarioMattia

FONTI DELLE IMMAGINI:
HuffingtonPost, tweakyourBIZ

di Monia De Tommaso

Iperacusia (all’orgine della misofonia): ce la spiega il prof. Mario Mattia

Solitamente scriviamo di misofonia. Oggi vogliamo pubblicare un articolo inerente all’iperacusia. Il motivo? Perchè secondo diversi studi la misofonia è un aggravamento dell’iperacusia, che ricordiamo essere una ridotta capacità della persona di tollerare i suoni esterni. Facendo ricerche nel web, abbiamo trovato un interessante e chiaro articolo del prof. G. Mario Mattia (consulente ergonomo specialista “Tecnico Competente”, certificato in acustica) che tende a chiarire proprio cos’è l’iperacusia (quali possono essere le forme in cui si può presentare e quale parte della via uditiva ne è causa), come diagnosticarla correttamente e come trattarla. Buona lettura.
I suoni continui e forti risultano fastidiosi per molte persone.
Esistono persone con un udito più sensibile rispetto ad altri e alle quali risulta decisamente molto fastidioso ascoltare livelli sonori anche ritenuti normali per tutti gli altri.
Questa situazione può capitare sia a persone con udito normale sia a persone con ipoacusia.
Spesso, specialmente le persone anziane, dicono “parla un po’ più forte, perché non ti sento!” e poi appena alziamo un po’ la voce “Non urlare! Non sono mica sordo!”.
In questa situazione è presente una diminuzione dell’udito dovuta di solito ad una perdita di cellule ciliate dell’orecchio interno, comunemente quelle deputate a recepire le alte frequenze (come il cinguettio degli uccelli, le cicale, le suonerie dei telefoni ecc.) che provoca una difficoltà a distinguere in modo corretto i vari livelli di volume dei suoni che vengono percepiti di meno.
Si aggiunge quindi alla perdita quantitativa (ipoacusia) anche una perdita di qualità del suono in entrata. Questa situazione viene detta in termini tecnici “recruitment” e oltre ad essere ben descritta da chi ne è affetto, si può anche evidenziare con gli esami audiologici (audiometria e impedenzometria).
misofonia-iperacusia-acufeni-farmaci-ototossici
A differenza dell’orecchio normale che è in grado di tollerare suoni che arrivano a 120 dB, la persona con ipoacusia e recruitment raggiunge il livello di fastidio anche a 70-80 dB.
Per capire meglio facciamo il confronto con il musicista: egli può suonare uno strumento “pianissimo” e variare poi il volume fino ad arrivare al “fortissimo”.
Tra i due estremi ci sono tanti livelli di volume; l’orecchio normale li può percepire tutti mentre per l’orecchio con recruitment è come se certi suoni siano suonati solo in “fortissimo”, cioè appena percepiti raggiungono subito il fastidio.

Se non è presente perdita uditiva si parla di Iperacusia e qui dobbiamo prendere in considerazione non tanto l’orecchio come organo periferico quanto più tutto quello che succede dal nervo acustico in poi, fino al cervello.

Il cervello gioca un ruolo essenziale nel tipo di sensibilità che abbiamo nei confronti dei suoni.
Una volta arrivati all’orecchio interno i suoni vengono elaborati dalle cellule ciliate, oltre 10.000 fibre del nervo acustico portano l’informazione sonora fino alla corteccia uditiva del cervello (lobo temporale). Qui abbiamo la consapevolezza del suono.

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Il primo compito del sistema uditivo centrale è quello di estrarre tra i tanti messaggi che arrivano dall’esterno, quelli importanti rispetto al rumore di sottofondo.
Spesso suoni anche lievi sono ricchi di significato e quindi balzano alla nostra consapevolezza perché vengono amplificati da una parte del sistema nervoso centrale chiamata sistema limbico (centro dell’apprendimento e delle emozioni) e corteccia prefrontale (coinvolta con il comportamento) che serve proprio a cogliere e amplificare suoni non necessariamente forti ma che potenzialmente indicano una situazione di pericolo.
Nella maggior parte dei casi l’associazione automatica che viene fatta con certi suoni ha caratteristiche di pericolo: questo suono mi danneggerà l’orecchio?
Ridurrà la qualità della mia vita diminuendo i periodi di tranquillità?
Interferiranno con la mia concentrazione?
Molto spesso l’ipersensibilità nei confronti dei suoni inizia con una paura irrazionale e poi si struttura nel tempo.
Comunemente questo è fonte di disturbo in coloro che credono che la qualità della propria vita possa venire rovinata da rumori del vicino, dell’impianto di condizionamento e dei frigoriferi del negozio sottocasa, della musica della discoteca, di fabbriche ed artigiani vicini che emettono certamente suoni (spesso neanche avvertiti dalla maggioranza delle persone).
Siccome il sistema uditivo centrale è molto potente è in grado di percepire suoni anche molto deboli, se allenato e quindi un suono associato ad un pericolo, anche se molto debole, può essere inizialmente percepito solo nell’assoluto silenzio, ma l’attenzione concentrata, anche se il segnale è chiaramente debole, può farlo percepire poi in tutte le situazioni, anche quando non c’è silenzio.

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Anche variazioni nell’umore o nel livello di ansia possono aumentare il livello di sensibilità e far captare ancora con maggiore attenzione e sensibilità segnali esterni o interni percepiti come potenzialmente pericolosi.
Questa situazione può estendersi anche agli altri sensi creando ipersensibilità dell’olfatto, della vista, del gusto o del tatto aumentando la percezione del dolore.

Quindi la ipersensibilità uditiva può essere presente in udito normale (iperacusia) associarsi a deficit uditivo (recruitment e iperacusia), assumere caratteri fobici con reazioni comportamentali esasperate (fotofobia) o con sola sensazione di fastidio (misofonia).

Questa ipersensibilità porta ad uno stato di STRESS: oltre al deficit immunitario e l’aggravarsi o lo scatenarsi delle malattie “latenti”, può provocare stati di PANICO e di varie forme di FOBIA.

COME FARE UNA DIAGNOSI CORRETTA?

Gli esami migliori oltre all’audiometria tonale classica, sono l’impedenzometria con il test dei riflessi stapediali che evidenzia la presenza di recruitment ed inoltre il test della Loudness-Disconfort-Level (LDL) che evidenzia la presenza o meno di iperacusia.

Chiaramente gli esami vanno eseguiti con estrema attenzione e delicatezza in quanto il soggetto sofferente di una qualsiasi forma di diminuzione della capacità di tollerare i suoni si sente in pericolo durante gli esami e dobbiamo cercare di non contribuire all’aumento della loro sensibilità.
Inoltre è decisamente importante non procedere all’impedenzometria che richiede l’uso di livelli di intensità del suono decisamente sovraliminari se prima on si è effettuato l’esame LDL.
Se la sensibilità del soggetto è alta conviene rimandare l’esame dei riflessi stapediali dopo un periodo di riabilitazione uditiva.

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IL TRATTAMENTO DELL’IPERSENSIBILITA’ UDITIVA

La TRT sicuramente offre un approccio efficace nel trattamento di questo fastidioso disturbo.
In presenza di una perdita uditiva è necessario l’uso delle protesi, ma queste vanno regolare con estrema attenzione da parte dell’audioprotesista con un controllo dell’uscita massima estremamente ridotto nel periodo iniziale e poi gradualmente aumentato e portato al livello necessario al tipo di perdita nel tempo, anche in tempi molto lunghi.
Necessario è “svezzare” l’orecchio ai suoni ma con estrema gradualità come si fa nel caso dello svezzamento del bambino ai cibi o nella desensibilizzazione delle allergie.
In caso di normoacusia è necessario l’uso di “generatori di suono” che erogano un rumore di sottofondo inizialmente al livello di minima percezione almeno 6-8 ore al giorno, volume che andrà gradualmente aumentato man mano che il sistema uditivo del soggetto si desensibilizza.

Fondamentale oltre alla “terapia del suono” sopra descritta è il counseling educativo che consente alla persona di venire a conoscenza del reale funzionamento dell’organo dell’udito, di come funziona, di quali sono i suoni veramente dannosi.

Affiancare a tutto ciò tecniche di rilassamento per la gestione della propria capacità di affrontare lo stress è vivamente consigliato.
Alcune discipline orientali di tecniche di rilassamento, quali le tecniche di respirazione Yoga, sono altamente raccomandate.

FONTE DELL’INFORMAZIONE:
EuroAcustici

FONTI DELLE IMMAGINI:
GiovanioltrelaSM, Misofonia.com

di Monia De Tommaso

Iperacusia, ipoacusia e acufeni: attenzione ai farmaci ototossici

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Cari lettori, oggi vogliamo pubblicare un articolo davvero importante. In rete abbiamo trovato un elenco di farmaci ototossici che vogliamo condividere con voi. Innanzi tutto: cosa sono i farmaci ototossici? Per ototossicità si intende la proprietà tossica di certi farmaci e tossine nei confronti delle strutture dell’orecchio interno (in particolare delle cellule costituenti la coclea ed il vestibolo) o del nervo acustico.

Il danno tossico è solitamente accompagnato da sintomi di vertigine, di ipoacusia, di iperacusia ed acufeni (o tinnito). Nei casi più gravi, l’azione ototossica può portare a marcate perdite funzionali dell’udito, fino alla sordità completa.
Vi domanderete allora: cosa centra tutto questo con la misofonia? Ebbene, abbiamo diverse volte fatto notare come molti medici pensino che la misofonia sia un aggravamento dell’iperacusia. Dunque, se l’iperacusia può essere anche scatenanta dai farmaci, è bene sapere quali siano e quindi come prevenire danni all’udito e al nervo acustico.

Si ipotizza la presenza di una possibile predisposizione genetica facilitante il danno ototossico. In caso di reazioni ototossiche, è consigliata (quando possibile) la sospensione del farmaco, ed una valutazione medica specialistica (solitamente otorinolaringoiatrica).

Ecco a voi la lista, fatene buon uso 🙂

PDF: Farmaci-Ototossici

FONTE DELLE INFORMAZIONI:
EuroAcustici

FONTE DELL’IMMAGINE:
AcufeniCauseeRimedi

di Monia De Tommaso